domenica 5 luglio 2009

Iran in the media

From the Guardian

Iran election: faces of the dead and detained

We want to put a face to each of those hundreds - possibly thousands - killed or arrested since the Iranian election. See how to help below

See the gallery of faces on the Guardian's page: and do not forget that each of them is unique, each of them has their own story, their own life. But all have the same right to freedom!

From l'Unità

Il coraggio dei ragazzi del web contro Ahmadinejad

Chiusi i siti, espulsi i giornalisti esteri, incarcerati quelli iraniani - se ne contano 33, l’Iran è diventato il primo della lista per repressione di giornalisti, sorpassando la Cina -, intercettati e poi bloccati gli sms e ora i blogger. L’ultima mannaia che si abbatte sull’ondata di contestazione al regime che ha su Facebook il volto di Saeed Valadbaygi, con i capelli tirati dal gel e il suo amore dichiarato per la pizza. Sparito. Non è certo il primo. È l’ultimo.
La prima vittima acclarata è stata la reporter iraniano-canadese Zara Kazemi, torturata e uccisa nel carcere di Evin. Un caso che ebbe molto risalto perché il fratello si impuntò di chiedere il corpo indietro - un diritto per ogni musulmano - e poi sottoporlo ad autopsia. Era il 2003. Sei anni dopo, il 19 marzo scorso, è stata certificata la morte di Omidreza Mir Sayafi, venticinquenne cybergiornalista. «Morto per troppi farmaci antidepressivi, un suicidio», è stato detto dalle autorità. Era in carcere per quello che scriveva.
Si spera che siano vivi, ma mancano tuttora all’appello anche Hossein Derakhshan e Ali Mazroui. Il primo è il papà della galassia blogger in Iran. Iraniano-canadese anche lui. Arrestato nel novembre scorso appena sceso all’aeroporto Ayatollah Khomeini. Non si hanno più sue notizie da allora, neanche se è stato arrestato e con quali capi d’imputazione. Il secondo, Ali Mazroui, è il presidente dell’associazione giornalisti iraniani. Anche di lui non si hanno notizie da parecchie settimane. Il giro di vite si è nel frattempo stretto ancor di più.
Prima delle elezioni il regime ha oscurato Facebook. Un gesto che, paradossalmente, ha attirato invece che respinto i giovani iraniani verso i social network e la comunicazione via web. Messaggi, video, reportage dalle piazze, foto scattate col cellulare. I testi in lingua farsi vengono poi tradotti in inglese da blogger iraniani espatriati negli Stati Uniti o altrove e rimbalzati sulla Rete. Censurato Facebook, il fiume di notizie si è incanalato sul più agile Twitter. Lì è stato anche trasmesso un sistema per aggirare i controlli: settando i propri interventi, tutti da ogni parte del mondo, sull’ora di Teheran, sembrando cioè tutti iraniani. Messaggi brevi, appuntamenti e uno stringato diario di avvenimenti. L’Onda verde trova ogni canale, ogni fessura nel muro del sistema, per andare avanti. Per darsi appuntamento per le manifestazioni e non correre il rischio di essere intercettati i giovani iraniani ricorrono persino alle scritte sulle banconote. «Oggi tutti a piazza Baharestan», «lo sciopero è andato bene». Certo, niente ha il crisma della verità nel passaparola. Neanche l’identità di Saeed e degli altri. Finché riemergono dalla galera.

And some good news from Saeed:

In the past few days,we have been attacked by Police and we had to move to new places to live and start out activities. Thanks for all your concerns and emails.I guess we'll be back to the normal situation in couple of hours...

Please do not hesitate to write about it in your own blog, even if it seems that you just copy the same information for the 1001st time. We have to inform not only the whole world but also Iranians themselves as many of them do not have acces to those informations, because some sites are filtered or for some other reasons…

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